
Martedì 6 gennaio, sul Corriere di Verona, compariva questo titolo su un articolo riguardante i problemi di bilancio di alcuni comuni della provincia.
Come associazione abbiamo sentito la necessità di scrivere al giornale per sottolineare l’incongruenza dell’affermazione e invitare a riflessioni ben più obiettive sul ruolo degli enti locali nei confronti dei disabili e delle loro famiglie. Due giorni dopo della lettera venivano pubblicate solo alcune frasi, in una colonna intitolata “La polemica”, alterando completamente il senso del nostro intervento impostato invece su toni propositivi.
Questo invece il testo intero della lettera:
Disabili, che rottura…
Gentile direttore,
nel “Corriere di Verona” del 6 gennaio colpisce il titolo al centro della pagina 8: “Assurdo, per sostituire un impiegato costretti a prendere un disabile”.
L’articolo riferisce delle difficoltà di bilancio di alcuni comuni veronesi e, per quanto attiene al titolo, dello sfogo di un sindaco che afferma: “… basti pensare che di recente per sostituire un dipendente che è stato trasferito siamo stati costretti ad assumere un portatore di handicap”.
A parte la sgradevolezza della frase, appena mitigata dal canonico “portatore di handicap”, il senso che ne resta in chi legge è che le amministrazioni pubbliche siano costrette ad assumere “in perdita” disabili al posto degli “abili” che se ne vanno.
In effetti, non vi è alcuna disposizione che imponga l’assunzione di disabili a fronte di normodotati trasferiti o pensionati. Esiste la legge 68 del 1999 che, prevedendo norme per l’inserimento al lavoro dei disabili, si propone di “valorizzare le abilità residue e le potenzialità inespresse”. Questo in teoria, perché alla fine, assieme alle norme fiscali, è probabilmente la legge più evasa sul territorio nazionale.
Ho l’obbligo di ritenere che la frase del sindaco sia frutto dell’esasperazione indotta dalle reali difficoltà gestionali che la crisi attuale comporta, ma non vorrei lasciar cadere l’occasione per sottolineare che le istituzioni territoriali (comuni e unità sanitarie innanzitutto) non sempre assolvono compiutamente al proprio ruolo nei confronti dei disabili e delle loro famiglie.
Chiunque ha un disabile in casa o ne conosce qualcuno sa benissimo dei drammi generati dalla mancanza di strutture, risorse ed aiuti; conosce la prigionia indotta da strade impraticabili e trasporti inesistenti; rabbrividisce al pensare alla mancanza di supporto a familiari costretti spesso ad assistenze di 24 ore per mesi di seguito, senza nessuna tregua; sa delle difficoltà per studiare, integrarsi, trovare o riprendere un lavoro dignitoso. A questo ed altro spesso sopperisce il volontariato, ma esso dovrebbe affiancarsi alle istituzioni, non sostituirle.
Il lavoro, in particolare, rappresenta un’opportunità di recupero, autonomia e reinserimento sociale della quale si sottovaluta la portata anche economica, ignorando che un disabile al lavoro produce e costa meno di uno costretto davanti a un televisore.
Ma troppi sono gli ostacoli e scarsa la voglia di rimuoverli: difficoltà o assenza di trasporto da casa al luogo di lavoro e viceversa, costi di ristrutturazione di uffici o laboratori, rimozione delle barriere mentali e strutturali, mancanza di flessibilità negli orari. Ma, sopratutto, la scarsa gamma di occupazioni alle quali si ritiene che possano essere destinati i disabili, ancora oggi relegati (quando un lavoro lo ottengono) a mansioni marginali e ripetitive.
La tecnologia, se ben utilizzata e interpretata, offre oggi possibilità impensabili fino a qualche anno fa: si pensi solo al telelavoro (praticamente ignorato nel nostro Paese) che permetterebbe di superare gli ostacoli di cui sopra in un colpo solo, permettendo al disabile di utilizzare da casa le sue competenze e abilità nei settori più disparati.
Nelle sole amministrazioni comunali, visto lo spunto per questa lettera: dalla immissione e gestione dati alla progettazione Cad; dalla rendicontazione delle sedute consiliari alla progettazione e manutenzione di una rete intranet che colleghi tutti gli uffici; dal controllo del territorio a distanza, alla creazione e gestione di database patrimoniali; dalla realizzazione di musei virtuali alla gestione della dotazione bibliotecaria. Sono solo alcuni esempi, ma possono dare la misura di quanto si possa fare se ci si dispone alla questione “lavoro disabili” non più con un senso di fastidio per la difficoltà dell’impresa, ma con una nuova mentalità ed atteggiamenti aperti.
Sono in molti a dire che la crisi contiene in sé anche la formula per uscirne offrendo l’opportunità, dovendo fare i conti con la scarsezza di mezzi, di recuperare modi e stili di vita più attenti alle persone per motivarle, gratificarle, metterle in condizione di esprimersi al massimo. Altri affermano che sono necessari gesti fantasiosi e innovativi perché le vecchie strade non sono più percorribili.
Personalmente, sono d’accordo con ambedue le affermazioni.
Mi piacerebbe che lo fossero anche gli enti territoriali (sarebbe troppo sperare nelle imprese), scoprendosi capaci di lanciare sfide diverse dalle iniziative d’immagine, dalle competizioni di campanile o dai provvedimenti di esclusione.
Ne guadagnerebbero tutti, non solo i disabili.
La ringrazio per l’ospitalità e l’attenzione.
Giovanni Falcone
Presidente Fase 3
Associazione Traumi Cranici – Verona